
L'ho visto, finalmente. E' uno di quei film da comprare e tenere in casa, da guardare e riguardare. Sempre. Come quando si riprendono in mano certi libri, letti e riletti; o certi album di fotografie che conosci già a memoria; o come quando riascolti un brano di cui conosci ogni singola battuta... è come farlo sempre per la prima volta.
Wong Kar-Wai è un Grande. L'ho scoperto ieri.

Il gabbiano
Stamani un gabbiano ha attraversato la strada a piedi e, dalla spiaggia di fronte, ha raggiunto l’officina dell’azienda in cui lavoro.
Aveva tre ami, con tanto di sughero e lenza attaccati, conficcati in un’ala. Il capo officina l’ha preso, l’ha messo sul tavolo e gli ha tolto il tutto; gli ha anche medicato l’ala usando la cassetta 626.
Dopo esser stato rimesso per terra, il gabbiano però non accennava ad andarsene. Allora il capo officina ha cominciato a camminare e lui lo ha seguito. Insieme hanno attraversato la strada e raggiunto la spiaggia da dove il gabbiano era venuto.
Adesso è ancora lì. Se qualcuno gli passa accanto, lui lo segue. Ha ancora le piume marroni, deve essere molto giovane.
Non sarà Jonathan Livingston, comunque è un tipo molto strano. Vedere il nostro capo officina che fermava le macchine per fargli attraversare la strada mi ha fatto desiderare la mia nikon come non mai. Quella era una Signora Foto. Parafrasando Murphy, direi che le migliori fotografie sono quelle che faresti quando non hai la macchina fotografica.
Mi domando chi lo abbia aiutato ad attraversare, all’andata.
Di stelle e di alabarde
La notte, mentre il silenzio pazientemente mi ascolta pensare, conto le stelle. Non quelle appese al cielo, ma quelle adesive, piccole e fosforescenti che ho appiccicato al soffitto della camera da letto.
Sono stelle dall’autonomia limitata, la loro luce dipende da quella che hanno assorbito durante il giorno e si esaurisce in circa tre minuti di buio. Di giorno non si vedono, sono bianche come il soffitto di calce.
La notte, durante certi ping-pong tra disperazione e speranza, gioco a contare le stelle appiccicate al soffitto, che si vedono solo al buio e che durano solo tre minuti.
Tre minuti sono troppo pochi per riuscire a contarle tutte. Allora mi alzo e vado sul divano in salotto a fumare una sigaretta, lasciando la luce accesa in camera per farle ricaricare. Dopo torno, mi rimetto a letto e spengo la luce; cerco di ricordare dove ero rimasta a contare ma non ci riesco mai, quindi mi tocca ripartire da capo ogni volta.
Certe notti le passo così, contando le stelle al posto delle pecore. Adesso che è estate, però, mentre fumo la sigaretta e le mie stelle si ricaricano, esco fuori in terrazzo a contare quelle vere. Quelle sono molte di più. Stanno lì, appese nello stesso cielo, ad illuminare lo stesso mondo, in un fascio di luce che non condivideranno mai. Come certe persone.
L’estate… l’estate mi prende a calci in culo ha scritto Zac. Mi perdonerà per il plagio, ma questa frase me la sento addosso come una seconda pelle, sono le parole giuste per la mia idea di estate.
E’ una specie di capodanno artificiale questa stagione o, almeno, lo è per me che vivo in una ridente località turistica. Ridente… ma che ci sarà mai da ridere? Oddio, se dai un’occhiata alle spiagge te ne rendi conto: sono piene di gente unta, sudata e stressata che rincorre l’abbronzatura e il paradiso.
E, come ogni anno, tornano tutti gli habitué che ti fanno uno screening a vista, dato che non ti vedono dall’anno precedente: ma sei magrissima, sei bianchissima, hai i capelli cortissimi...
E tu stai lì, assolutamente issima, a tentare di spiegare che hai solo perso quei tre chili che avevi deciso di perdere, che non ti piace stare al sole, che hai tagliato i capelli perché ti eri stufata dei capelli lunghi. E loro ti guardano attoniti, con la faccia a urlo muto come un quadro di Munch. Ti guardano come se fossi appena scesa da un’astronave. Purtroppo non possiedi l’alabarda spaziale, altrimenti sapresti che uso farne.
E poi l’inevitabile commento: e’ già passato un anno, non sembra nemmeno…
E tu fai un mezzo sorriso, non sai se piangere o se spaccargli la faccia per l’indelicatezza. E poi pensi all’imminente 1 agosto, a quello strano compleanno che sarà. Avrebbe dovuto farne 27, invece sarà un anno che è morto.
Ma dov’è la mia alabarda?